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Mario Andretti: Piedone l’americano

Storia del pilota statunitense (nato in Italia) capace di conquistare la 500 Miglia di Indianapolis e il Mondiale F1. Ma non solo...

Mario Andretti, nato in Italia ma cittadino statunitense, è stato uno dei piloti più completi degli anni ’60 e ’70. Ha conquistato la 500 Miglia di Indianapolis e il Mondiale F1 (ma non solo…) ed è l’unico driver della storia – insieme a Dan Gurney – ad essere salito sul gradino più alto del podio nel Circus, nel Mondiale Sportprototipi, in Formula Indy e nella NASCAR. Scopriamo insieme la storia di “Piedone”…

Mario Andretti: la storia

Mario Andretti nasce il 28 febbraio 1940 a Montona (attualmente in Croazia, all’epoca in Italia). Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in seguito al passaggio dell’Istria alla Jugoslavia, il piccolo Mario è costretto ad abbandonare la sua terra e con la sua famiglia trova una nuova casa in un campo profughi a Lucca.

Appassionato di motori fin da ragazzo, si trasferisce nel 1955 negli USA (più precisamente a Nazareth, in Pennsylvania) e con il fratello gemello Aldo inizia a frequentare il circuito locale e a correre all’insaputa dei genitori.

Americano vero

Mario Andretti inizia a farsi notare nell’ambiente del motorsport nei primi anni ’60, un periodo nel quale diventa padre (nel 1962 nasce il figlio Michael, che nel 1991 conquisterà il prestigioso campionato Formula CART) e ottiene la cittadinanza statunitense (nel 1964).

I primi successi

Andretti conquista a sorpresa nel 1965 il campionato nazionale USAC davanti a A.J. Foyt e debutta nel Mondiale Sportprototipi al volante di una Ferrari 275 P alla 500 km di Bridgehampton.

L’anno seguente Mario Andretti è di nuovo campione USAC mentre nel 1967 conquista la prima (e unica) vittoria nella serie NASCAR con il trionfo nella Daytona 500 con una Ford. Senza dimenticare il primo storico trionfo nell’endurance: la 12 Ore di Sebring in coppia con il neozelandese Bruce McLaren al volante di una Ford GT40.

Il debutto in F1

Mario debutta in F1 con la Lotus nel GP degli USA e stupisce il mondo ottenendo la pole position al debutto. In gara è costretto invece al ritiro per un problema alla frizione mentre il compagno di scuderia – il britannico Graham Hill – chiude in seconda posizione.

La 500 Miglia di Indianapolis

Nel 1969 Mario Andretti si aggiudica la mitica 500 Miglia di Indianapolis con una Brawner Hawk motorizzata Ford, il terzo titolo nazionale USAC e la prestigiosa corsa in salita Pikes Peak. Nel Circus corre altri tre GP con la Lotus: tre ritiri e risultati peggiori di quelli ottenuti da Hill e dall’austriaco Jochen Rindt.

Il primo podio in F1

Andretti vince la seconda 12 Ore di Sebring in carriera nel 1970 con una Ferrari 512S insieme ai nostri Ignazio Giunti e Nino Vaccarella. In F1 con la March taglia per la prima volta il traguardo portando a casa in Spagna il primo podio in carriera (3°).

Gli anni in Ferrari

Mario Andretti viene chiamato dalla Ferrari per correre il Mondiale F1 1971: dopo un debutto eccezionale (prima vittoria in carriera in Sudafrica) disputa una stagione poco brillante se paragonata a quella dei due compagni di scuderia (il belga Jacky Ickx e lo svizzero Clay Regazzoni).

“Piedone” delude anche nel 1972 ma si riscatta nell’endurance: insieme a Ickx e al volante della 312 PB porta a casa la 6 Ore di Daytona, la 12 Ore di Sebring, la 1000 km di Brands Hatch e la 6 Ore di Watkins Glen.

Un pilota duttile

Dopo un “anno sabbatico” lontano dalle gare europee Mario Andretti sale sul gradino più alto del podio alla 1000 km di Monza insieme al nostro Arturo Merzario con l’Alfa Romeo T33/TT/12 e dimostra di essere un pilota adatto a qualsiasi superficie aggiudicandosi il campionato dirt track (piste ovali in terra battuta) USAC National Silver Crown. In F1 corre le ultime due gare stagionali con il team Parnelli.

F1 a tempo pieno

Mario inizia a correre a tempo pieno in F1 solo nel 1975: con la Parnelli sfiora il podio in un occasione ma l’anno seguente il suo team è in crisi.

Mario Andretti affronta la prima gara del Mondiale 1976 con la Lotus in Brasile, disputa i GP del Sudafrica e degli USA Ovest con la Parnelli e prosegue il campionato con la scuderia britannica risultando più veloce del compagno svedese Gunnar Nilsson. Tornato sul podio dopo cinque anni grazie al terzo posto in Olanda, sale sul gradino più alto nell’ultima corsa della stagione, il mitico GP del Giappone disputato al Fuji sotto il diluvio che assegna il titolo a James Hunt dopo un lungo duello con Niki Lauda (raccontato nel filmRush”).

Nel 1977 Andretti disputa un’altra grande stagione con la Lotus: ancora una volta più veloce di Nilsson, ottiene quattro vittorie (USA Ovest, Spagna, Francia e Italia).

Il Mondiale 1978

Andretti diventa nel 1978 l’ultimo pilota statunitense a conquistare il Mondiale F1 e a vincere un Gran Premio. Più rapido del compagno svedese Ronnie Peterson (che perde la vita a Monza nel terzultimo GP stagionale) e – nelle ultime due corse – del sostituto (il francese Jean-Pierre Jarier), vince sei gare: Argentina, Belgio, Spagna, Francia, Gran Bretagna e Olanda.

Calo di prestazioni

Mario Andretti, dopo aver conquistato il titolo iridato, inizia a non essere più veloce come un tempo. Nel 1979 è più lento del compagno argentino Carlos Reutemann (un solo podio: 3° in Spagna) e l’anno seguente fa peggio del nostro Elio de Angelis e riesce a brillare solo nel confronto con il britannico Nigel Mansell nei tre Gran Premi disputati con la stessa monoposto.

Il passaggio all’Alfa Romeo nel 1981 non cambia la situazione (più lento del nostro Bruno Giacomelli) e nel 1982 corre il GP degli USA Ovest con la Williams risultando meno rapido del finlandese Keke Rosberg.

Mario Andretti viene chiamato dalla Ferrari per correre le ultime due gare del Mondiale F1 1982: non riesce ad essere veloce quanto il coéquipier francese Patrick Tambay ma a Monza stupisce tutti con la pole e il terzo posto (ultimo podio in carriera nel Circus).

Gli ultimi anni

Andretti conquista nel 1984 il campionato Formula CART con una Lola del team Newman/Haas e dopo una decina d’anni a buoni livelli decide nel 1994 di ritirarsi dal mondo delle corse.

Prima dell’addio definitivo, però, porta a casa un 2° posto alla 24 Ore di Le Mans del 1995 al volante di una Courage guidata insieme ai transalpini Éric Hélary e Bob Wollek. L’ultima gara in carriera di “Piedone” è la 24 Ore di Le Mans del 2000: 15° con una Panoz in un equipaggio composto anche dall’australiano David Brabham e dal danese Jan Magnussen.

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