• pubblicato il 04-09-2015

La trasformazione del turbo

di Francesco Neri

La funzione del turbo in trent'anni è cambiata radicalmente, cambiando di conseguenza anche il carattere delle auto.

Turbo. Una parola che non usiamo solo nell’ambito automobilistico, ma che spesso utilizziamo per descrivere qualcosa di super, di speciale, e di veloce. Negli anni ’80 era una parola così in voga da essere schiaffata sulla confezione di qualsiasi prodotto per vendere di più, e con qualsiasi prodotto intendo anche detersivi.

Tuttavia, i prodotti per pulire i vestiti in trent’anni hanno mantenuto lo stesso scopo; la turbina a chiocciola, invece, no.

In quegli anni, gli yuppies hanno fatto dell’esuberanza e dell’eccesso uno stile di vita, e il mondo delle auto non è stato lasciato fuori: le macchine turbo erano dei mostri di potenza e di spavalderia. Il motorsport in quegli anni  ha visto vetture incredibili: i mostri del Mondiale Rally gruppo B, le Formula 1 da 1.200 cv e supercar sensazionali quali la Ferrari F40.

L’ultima vettura che vide il Drake è tutt’ora considerata una delle sportive più incredibili di tutti i tempi; e la sua fama di belva scatenata è dovuta principalmente al suo motore biturbo.

Quattrocentosettantotto cavalli che ti scalciano nella schiena senza chiederti scusa: questa era la F40.

Il turbo lag non era un nemico, un difetto da eliminare; ma era semplicemente una prova di coraggio da superare per poter accedere all’immensa spinta del V8. Una specie di avvertimento, che suonava come: “sei sicuro di voler tenere ancora l’acceleratore premuto?”. Faceva parte del gioco.

Oggi il turbo è tornato di moda, ma questa parolina magica non viene più associata a delle performance straordinarie, ma piuttosto a soluzioni efficienti. E a motori privi di carattere.

La Ferrari 488 GTB, l’ultima creature del cavallino rampante, è turbo.

Le lamentele e le preoccupazioni non sono tardate ad arrivare, e il turbo lag è diventato il nemico numero uno del mondo delle supercar. Gli italiani sono bravini quando vogliono, specialmente a Maranello, e sono riusciti ad eliminare il ritardo della turbina in modo da rendere l’erogazione del motore quasi identica a quella di un  motore naturalmente aspirato.

Mai due auto prodotte dalla stessa Casa automobilistica sono state, allo stesso tempo, così simili e così diverse. Mai mi sarei aspettato che il turbo si sarebbe trasformato in un oggetto in grado di ridurre i consumi, come mai avrei immaginato che il motore ibrido sarebbe stato montato su una F1.

C’è un po’ di tristezza in questa caccia alla progressione e alla linearità nell’erogazione dei motori. Certo, una 488 è più facile da guidare di F40, e probabilmente anche dieci volte più veloce. Ma è altrettanto emozionante?

Spero solo che nel mondo delle auto sportive non vangano persi di vista gli elementi fondamentali di una supercar, quelli su cui si fonda la nostra passione.

Non è la facilità di guida che genera il divertimento, come non è l’erogazione lineare a rendere un motore emozionante: sono la soddisfazione di domare un’auto selvaggia e il calcio della schiena del turbo. Questo amiamo nelle auto.

Abbiamo bisogno di nuovi yuppies.

TAG

La trasformazione del turbo

L'opinione dei lettori