• pubblicato il 23-05-2014

Lamborghini Aventador: mansueta su strada, devastante in pista

di Simone Antonietti

La storia di un appuntamento con l'adrenalina e la velocità a bordo di una Lamborghini Aventador. Una esperienza da non dimenticare

VALUTAZIONE
5/5

Il nutrito gruppo di persone che si è radunato nel piazzale del paddock mi ricorda, qualora ce ne fosse il bisogno, che sto per mettermi al volante di una Lamborghini Aventador.

"Dio, quanto è bella…" penso mentre mi calo nell'abitacolo con una buona dose di riverenza mista a incredulità e stupore.

Quando me l’hanno detto pensavo a uno scherzo e invece eccomi qui, seduto a pochi centimetri dall’asfalto dentro a una delle supercar più belle, potenti ed esagerate che la mente umana abbia mai concepito e realizzato.

In occasione della prima tappa monzese del Lamborghini Super Trofeo 2014 mi è stato affidato il compito di testarla sia su strada che in pista. Scusate se è poco.

Interni da "primo appuntamento"

Con un minimo sforzo abbasso la portiera che si chiude con un lieve tonfo, lasciando fuori il rumore della gara che sta finendo e il vociferare della piccola folla di appassionati.

Ora siamo io e lei nel silenzio, mi sento come a un primo appuntamento. Ho un po' di tempo per guardarmi intorno.

La seduta è bassa, molto bassa ma allo stesso tempo comoda e il parabrezza molto inclinato penalizza leggermente la visuale. Sfioro la pelle del sedile e la plastica della consolle centrale. Un piacere al tatto, materiali di altissima qualità e assemblaggio impeccabile, come da programma.

Con la galanteria che si deve mostrare a un primo appuntamento, sollevo con delicatezza il copritasto rosso-fuoco che nasconde il tasto di avviamento. Ci siamo: schiaccio a fondo il pedale del freno, appoggio il polpastrello sullo "start" e poi premo.

Alla guida

Il cuore V12 da 6,5 litri e 700CV si risveglia con un boato che invade subito l’abitacolo con le note inconfondibili della casa di Sant’Agata Bolognese; sono subito avvolto da un’overdose di sensazioni.

Insieme al motore prende vita anche il bellissimo cruscotto digitale. Le informazioni visualizzate sono tante ma di facile lettura, con il grande contagiri al centro che pare sin da subito assetato di velocità.

Innesto la prima marcia sfiorando il paddle con la mano destra. Giusto un filo di gas e la Lamborghini Aventador si muove.

Bastano pochi metri ed ecco la prima sorpresa della giornata. Proprio non me l’aspettavo, ma l’auto sembra davvero facile da guidare, trasmette molta sicurezza.

Ci ho messo sì e no 30 secondi per entrare in simbiosi con la vettura. Non mi era mai capitato prima d’ora un simile colpo di fulmine.

Lo stupore cresce non appena imbocco una via trafficata appena fuori dall’autodromo. Basta sfiorare l’acceleratore e la vettura scivola via silenziosa.

Il motore è fluido e non si avverte nessun accenno di saltellamento o esitazione durante le numerose ripartenze da fermo.

I dossi non sono un problema (a patto di affrontarli a velocità ragionevoli alzando le sospensioni anteriori con l’apposito pulsante) cosi come la rumorosità.

Se non si preme tanto sull’acceleratore, è tanto comoda e silenziosa che sembra quasi di guidare una Bmw 320. Avete letto bene, la Lamborghini Aventador in modalità strada è comoda e rilassante… pazzesco!

Mentre mi scervello per cercare di elaborare e metabolizzare l’insensato senso di un’auto da 700 cavalli comoda quanto una grande berlina di lusso, il sopraggiungere di un grosso camion nell’altra corsia di marcia mi riporta alla realtà facendo emergere un primo potenziale problema: la larghezza.

Con gli specchietti aperti, siamo oltre il muro dei 2,25 metri. Capita di sentirsi un po’ ingombranti, anche se gli altri automobilisti si spostano e rallentano volentieri ben più del dovuto per poterla ammirare in tutto il suo splendore.

Come non capirli: è un’opera d’arte su quattro ruote, ha delle linee e un sound capaci di emozionare nel profondo.

Come lo so? Semplice: ho osservato le reazioni dei bambini al suo passaggio. Gli adulti la guardano, vengono catturati e restano scioccati dal fascino della Lambo. Ma hanno troppo autocontrollo per lasciar trasparire ciò che realmente provano. Semplicemente, rimangono imbambolati.

I bambini invece no. Le loro reazioni sono spontaneamente sincere, immediate, senza filtro. Sono loro il vero banco di prova e vi garantisco che tutti reagiscono allo stesso modo. Dapprima il loro volto assume la stessa espressione di quando, a Natale, ricevono il regalo che aspettavano da tanto tempo. Poi iniziano subito ad indicarla. Ecco che si agitano, tirano la giacchetta del papà perché vogliono vederla da vicino. Come dargli torto…è semplicemente pazzesca da qualunque prospettiva la si osservi. Punto.

Il momento della pista

Giusto il tempo per qualche scatto davanti alla Villa Reale e nel parco di Monza ed ecco che il grosso contagiri pare sempre più assetato di velocità, i 700 purosangue italiani scalpitano… non potrei chiedere di meglio!

È arrivato il momento di scendere in pista e, semplicemente, non sto più nella pelle.

Voi vi chiederete perché tanta emozione e adrenalina?

Vedete, ci sono persone che adorano il profumo di gomma bruciata misto a olio e benzina e che solo la pista può offrire. Io sono una di quelle persone. Ci chiamano appassionati.

Ho vissuto tante giornate emozionanti all'autodromo di Monza, quasi sempre appollaiato sugli spalti.

Amo le corse automobilistiche, amo la velocità e sempre, quando varco i cancelli di ingresso del "Tempio della velocità", un brivido mi corre lungo la schiena.

Sì, perché se uno ci pensa, qui sono state scritte alcune delle più indimenticabili e importanti pagine della storia dell’automobilismo, qui ogni cosa e ogni persona hanno una storia da raccontare, dal decadente e arrugginito vecchio tracciato ai coraggiosi commissari. Qui il Motor Sport è preso dannatamente sul serio.

Pronti a partire

Viene aperto il cancello di fronte a me e un commissario di pista si sbraccia per incanalarmi correttamente in corsia box. Ci siamo, tocca a me.

Impugno saldamente il volante con entrambe le mani e innesto la prima marcia.

Premo a fondo l’acceleratore, la spinta è da subito pazzesca, vertiginosa ed esplosiva. Sento il motore dietro di me che inizia a urlare, ma siamo appena all’inizio.

Già dalla prima frenata intuisco che i freni in carbonceramica di cui è dotata la Lamborghini Aventador sono tanta roba.

Anche in pista avverto un feeling immediato. La Aventador accelera come una furia e stacca ancora più forte senza scomporsi minimamente.

Le sue reazioni sembrano sempre prevedibili e facilmente gestibili, a conferma che questo è il suo vero habitat.

In un attimo sono già alla parabolica. Esco in terza marcia, cercando di sfruttare la totalità della pista e mi lancio sul rettilineo. L’accelerazione mi francobolla al sedile e l’urlo del V12 aspirato posizionato a due spanne dalle mie orecchie è incredibile.

Il motore della Aventador è davvero un capolavoro: è impressionante la facilità con la quale l’Aventador prenda velocità e ancora più sconcertante è la spinta incessante, costante e inesauribile.

Poco prima di approcciare la prima staccata lancio una rapida occhiata al tachimetro digitale, che indica 269 km/h… non male, ma si può fare di meglio.

Col piede? Andateci piano...

Aspetto il cartello dei 300 metri e poi premo con tutta la mia forza il pedale del freno. La decelerazione è devastante e immediata, roba da far staccare la testa e spappolare gli organi interni.

La Aventador oscilla e si scompone leggermente, ma ho sempre la sensazione di avere tutto sotto controllo.

Le sospensioni push-rod in stile Formula 1 giocano in casa, il telaio monoscocca in fibra di carbonio è perfettamente integrato con la meccanica.

Il tutto si traduce in sensazioni di guida semplicemente spettacolari.

Affronto la prima variante e poi imbocco la curva Biassono, dove per istinto diminuisco leggermente la pressione sul pedale dall’acceleratore.

La staccata alla seconda variante è meno intensa della prima e porta alle curve di Lesmo, dove cerco di anticipare l’apertura del gas senza perdere la corda.

La staccata della Ascari, con quel dislivello mentre si passa sotto il vecchio anello dell’Alta Velocità toglie letteralmente il fiato.

Sempre più veloce

Macino un giro dopo l’altro, il cuore della Aventador spinge sempre fortissimo, senza esitazione, il battito dei suoi 12 cilindri a V si mescola alle mie crescenti pulsazioni come in una folle danza.

Avverto sempre più sicurezza, la simbiosi auto-pilota è totale e sento che ogni giro posso spingermi un po’ oltre, con uno sforzo enorme riesco a dominare l’istinto e a ritardare le frenate, arrivando a staccare in fondo al rettilineo principale a oltre 280 km/h (sapendo di poter sempre contare sugli instancabili freni).

Continuo a girare, le mani sudano, il sottoscritto suda (ho spento l’aria condizionata per sfruttare ogni cavallo a disposizione) e anche le gomme iniziano a lamentare qualche segno di surriscaldamento.

Il fenomeno si osserva soprattutto in percorrenza di parabolica, dove gli pneumatici iniziano a fischiare e la trazione integrale è costretta a fare gli straordinari per tenere in traiettoria la vettura.

Comunque se dipendesse da me, continuerei a girare sfruttando fino all’ultima goccia di benzina.

Dopo una decina di giri, all’ennesima uscita "a bomba" dalla parabolica, noto sulla destra un commissario che sventola la bandiera a scacchi. Nonostante abbia a disposizione ancora un giro veloce, sollevo il piede dall’acceleratore.

Sorrido, poi inizio a ridere fragorosamente mentre il motore scoppietta in rilascio… la felicità è tale che non riesco a trattenere una lacrima.

Caro Gotthold Ephraim Lessing, mi dispiace ma ora sono sicuro che l’attesa del piacere non è essa stessa il piacere.

Guidare questo “diavolo sputafuoco” nel “Tempio della velocità” è il Piacere, unione perfetta di sacro e profano, godimento allo stato puro, estasi e appagamento di tutti i sensi. Ma in fondo tu non potevi saperlo…

Gli ultimi chilometri me li godo cosi, ad un’andatura molto più rilassata, ascoltando il motore che sale e scende di giri tra una curva e l’altra, e penso che tutti dovrebbero avere la possibilità di provare un’emozione cosi almeno una volta nella vita.

Domare questa belva, sentire la rabbia del motore scatenarsi al tuo comando, essere felici come non mai, vivi come non mai.

Dovrebbe essere un diritto, come l’assistenza sanitaria o la scuola pubblica.

Parcheggio la Aventador, alzo il copritasto per spegnere il motore, ma prima di premerlo lascio passare ancora alcuni secondi, per godermi fino in fondo il borbottio cupo e sommesso dei 700 cavalli che rifiatano dopo tanto correre.

Sospiro leggermente, poi premo il bottone e subito cala il silenzio.

Lamborghini Aventador: mansueta su strada, devastante in pista

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