• pubblicato il 17-03-2014

Mercedes 190 E 2.3-16: la signora dell'anello

di Giancarlo Reggiani

L'anello è quello della pista di Nardò dove, trent'anni fa, nacque il mito della berlina che fece guerra alla BMW M3.

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IN ATTESA CHE ARRIVINO i giornalisti (noi fotografi siamo stati accompagnati in pista un’ora prima), mi trovo nel parterre del circuito tecnico all’interno dell’anello di Nardò insieme a Robert Schäfer, uno dei diciotto piloti che trenta anni fa si passarono il testimone durante il record di percorrenza (e velocità) di 50.000 km.

In piedi accanto a una delle tre Mercedes 190 E 2.3-16 valvole protagoniste del primato, illuminata dalla prima luce del giorno, Schäfer mi racconta che, in quel caldo agosto del 1983, insieme ad altri diciassette colleghi, girò per 201 ore sui 12,5 km dell’anello (oggi proprietà di un’altra Casa tedesca: la Porsche) a una velocità media di 247 km/h! «I turni al volante duravano circa due ore e mezzo, il tempo che impiegava la 190 E a consumare i 170 litri (ovvero un intero serbatoio) di benzina estremamente raffinata (110 ottani) al regime massimo a cui era sottoposto il quattro cilindri Mercedes», racconta il pilota guardando con ammirazione le linee tese e i tagli netti della vettura che conosce bene.

Incuriosito dalla mostruosa capienza di quel serbatoio, gli chiedo se furono fatte modifiche alle tre vetture che girarono nei nove giorni estivi di allora. Lui risponde che, in effetti, qualche cambiamento venne apportato. Le Stelle che scrissero la storia di questo record, infatti, differivano dalle vetture di serie per alcuni particolari, come l’assale posteriore allungato (aveva un pignone e una corona che garantivano un rapporto più lungo e quindi una velocità maggiore), lo scarico accorciato e il serbatoio maggiorato e munito di due bocchettoni di rifornimento rapido. Inoltre, il radiatore di queste 16 valvole venne ridotto nelle dimensioni, data l’elevata velocità, che, con quello di serie, avrebbe causato un eccessivo raffreddamento della testata. Come ultima modifica rispetto alle vetture di produzione vennero poi applicate delle pellicole colorate (di tre diversi colori: verde, bianco e rosso, ognuno appartenente a un “team”) sui gruppi ottici anteriori. Schäfer mi dice che a breve, insieme a Mika Häkkinen in qualità di “tassista”, porterà i giornalisti a fare un giro del circuito tecnico su due Mercedes AMG di nuova generazione.

Invidiando la loro fortuna, mi congedo da Schäfer e inizio a fotografare la gloriosa 16 valvole. Rimango colpito dalle sue superfici spigolose: aggressività ed eleganza sono stati sicuramente due pilastri cari alla Daimler-Benz durante lo sviluppo di questa berlina. Spostando l’inquadratura della macchina fotografica, la mia attenzione è catturata da altre due 190 E, le leggendarie discendenti Evo ed Evo 2. In seguito al successo commerciale ottenuto dalla 2.3-16 (merito anche dell’importante operazione di marketing quale il record di Nardò), Mercedes decise di ampliare la gamma presentando una piccola serie di modelli ad alte prestazioni derivanti dalla 190 E. Nel 1988, infatti, la 190 E 2.5-16 Evo, con un motore portato a 2.463 cc, erogava una potenza di 204 CV, che nel 1989 diventarono 235 sulla esagerata versione Evo 2. Guardo ammirato la parata delle tre generazioni della sportiva che, tra sportellate e pneumatici che fumano, negli anni Ottanta e Novanta diede filo da torcere nel campionato DTM a BMW M3, Alfa 155 GTA e Audi 80 Quattro.

Il rombo della C 63 AMG che sfreccia sul rettilineo guidata dal “tassista di lusso” mi desta dai miei ricordi, così riprendo a scattare immagini delle tre berline sportive. Mi fermo a guardare il monumentale alettone dell’ultima evoluzione: è titanico a confronto di quello contenuto della 2.3 e di quello appena più sviluppato dell’antecedente Evo. La “nuova” unità da 2,5 litri che montavano l’Evoluzione e la Evo 2 era stata concepita con l’idea di rendere possibili diverse elaborazioni sportive; furono costruiti 502 esemplari di Evo e altrettanti di Evo 2, per ottenere l’omologazione nel Gruppo A del DTM per cui erano richieste almeno 500 vetture. Le linee si differenziavano dal precedente modello per l’appendice aerodinamica e i passaruota allargati; forme ancora mai adottate per le berline quattro porte, comode e accessoriate, ma con un animo sportivo.

Rimanendo in tema di competizioni, un altro merito che vanta la sedici valvole del 1983 è quello di aver fatto da trampolino di lancio a una stella nascente dell’automobilismo… e che stella! Un certo Senna, infatti, nel maggio del 1984 venne chiamato a sostituire il connazionale Emerson Fittipaldi che all’ultimo momento aveva “tirato il bidone” agli organizzatori del gran premio del Nürburgring, promosso da Niki Lauda. Per celebrare l’inaugurazione del nuovo ‘Ring, il GP-Strecke, finalmente più sicuro e moderno (otto anni prima Lauda, con la sua Ferrari 312T, andò a schiantarsi e chiuse definitivamente la storia della F1 sul vecchio ‘Ring), fu organizzata una gara per sole Mercedes guidate da nomi noti come Hill, Hunt, Prost e lo stesso Lauda. Sotto un acquazzone incredibile il giovane Ayrton seminò questi titolati piloti tagliando il traguardo per primo davanti a Lauda e Reutemann. Per Senna quella vittoria fu indubbiamente un’occasione per mettersi in luce davanti a personaggi illustri del mondo della F1 come lo stesso Enzo Ferrari che, di lì a poco, ebbe ragione di pentirsi di non aver mai preso in considerazione l’idea di chiamarlo a correre per il proprio team.

La stessa vettura che vinse quel GP oggi è qui in Puglia per un “giro d’onore” insieme alla sorella, detentrice del primato della lunga distanza a Nardò, sui 12,5 km circolari più volte percorsi. Il rombo dei quattro cilindri Mercedes che si risvegliano mi riporta al presente. Convinco il PR della Mercedes-Benz Classic a farmi salire a bordo della Evo per scattare qualche immagine in camera car della Evo 2 che ci segue. Mi concede un solo giro e quando, al termine, rientriamo nel paddock la giornata sta per terminare… O forse no! Vedo infatti Häkkinen che scende dalla C 63 AMG e mi fiondo a chiedergli, senza neanche dargli il tempo di mettere i piedi per terra, se potesse “portarmi a spasso” sui 2,7 km del circuito tecnico. Una volta convinto il due volte campione del mondo di Formula 1 allaccio le cinture a quattro punti e, con il tramonto ormai prossimo, ripenso ai tanti successi della festeggiata di oggi, lasciandomi sfuggire ad lta voce, prima della staccata alla fine del rettilineo: «che signora!»

Mercedes 190 E 2.3-16: la signora dell'anello

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