• pubblicato il 03-04-2013

Max Pezzali, l'intervista per "Le strade di Max"

di Alessandro Alicandri

Panoramauto.it intervista l'artista cult della musica italiana

È davvero un piacere e un onore per noi avere sulle nostre pagine Max Pezzali.

È dall'inizio degli anni '90 che con la sua musica (prima con Mauro Repetto negli 883, poi come solista) ha dato vita ai nostri amori.

Ci ha fatto crescere coccolando il nostro cuore con sedici album e un numero di hit che non ha ancora paragoni.

Max Pezzali oggi è tornato in tv dopo il successo di "Hanno ucciso l'Uomo Ragno 2012", album ripubblicato al ventennale di carriera con l'aiuto dei più grandi rapper nostrani, compreso J-ax, con cui ha scritto l'inedito "Sempre noi", per poi vederlo in sella a una moto nel videoclip ufficiale.

Insomma, questo programma era scritto nel destino.

"Le strade di Max" è in onda ogni martedì sera alle 21.00 su Deejay Tv (e le repliche sono tutte sul sito di Radio Deejay).

È un po' un documentario, un po' un reality e un po' un talk show, ma è soprattutto l'occasione perfetta per parlare di moto in sella alla sua Harley Davidson in giro per il nord Italia, il tutto in compagnia di amici e vip che condividono con lui lo stesso amore.

Dal 2000 Max Pezzali è anche consocio una concessionaria autorizzata a Pavia e questo ci ha permesso di conoscere anche il suo team di lavoro, formato da grandi professionisti che sono (tra l'altro) anche dei personaggi fuori dal comune.

Max Pezzali: l'intervista

Sembra che ti sia davvero divertito a fare "Le strade di Max".
«Decisamente. Non è il solito programma costruito a tavolino, chi lo ha visto se ne sarà accorto. Coniuga perfettamente l'ambiente tv alle cose che amo di più dopo la musica: il viaggio e le moto».

Un programma non semplice, tecnicamente.
«Le moto sono rumorose e parlare con un altro motociclista al tuo fianco è complicato, ma voleva essere proprio questo il cuore del programma. Per questo motivo abbiamo migliorato il sistema di comunicazione che viene usato oggi da molti tra motociclista a passeggero, ma per l'occasione adattato per due moto a distanza e collegati a una regia audio centrale. Ill risultato e la resa sono risultate ottime».

Quando avete girato le puntate?
«Tra ottobre e novembre, abbiamo avuto molta fortuna con il tempo, anche se nell'incontro con Faso degli Elio e le Storie Tese non abbiamo potuto evitare un po' di pioggia. Poteva decisamente andarci peggio».

Il risultato, visto su Deejay Tv nelle puntate in onda da metà febbraio è innovativo.
«Forse molti ricordano la trasmissione "Milano - Roma", dove due personaggi famosi facevano un viaggio in auto insieme. Ecco, in un mondo dello spettacolo dove bisogna andare avanti a agenti e manager per parlarsi, lì sei da solo e parli solo per te. Ti prendi tutte le tue responsabilità».

In moto si parla con più spontaneità?
«Sì, il motociclista rispetto a un guidatore di auto è predisposto in modo diverso. Può parlare, ma deve stare comunque molto attento. I luoghi comuni e le briglie spariscono di fronte alle condizioni della strada. Dalle emozioni che stai provando nel corso viaggio».

Ho notato un tuo grande rispetto verso tutti i tipi di moto, pur essendo tu un Harleista.
«Prima di tutto, almeno per me, esiste il motociclista. L'aura di elite che si è costruita attorno a chi come noi guida Harley Davidson è sempre stata un po' falsa, un po' elite da "sfigati" in realtà. La verità è che a volte reagisci a chi ti vede un po' come un emarginato, una persona fuori dal coro. Anche nella trasmissione la mia Harley è stata un po' vittima di simpatico "bullismo"».

Chi è davvero il motociclista che guida Harley?
«È un caso antropologico, rappresentano uno specifico stile di vita. Uno stile che ti porta a guidare lentamente, a gustarti il viaggio e non guardare al traguardo, al non voler arrivare presto a tutti i costi. Per noi la moto non è un mezzo di trasporto».

In che senso?
«Le moto prevalentemente non servono a niente, non ci si può salire in molti, è scomoda a volte, è un veicolo con cui non puoi portare i figli a scuola o fare una grossa spesa. La Harley, almeno per me, è un modo diverso di approcciarmi alla realtà».

Quindi, come ti chiedevi in una puntata, il motociclista è più un duro o più un pirla?
«La bilancia si sposta molto sul pirla di solito. Alla fine avere la moto è un modo per tenere in vita il bambino che c'è in noi. Forse non è né duro, né un pirla, ma solo una persona che sceglie le due ruote invece delle quattro. Spero in questo programma di aver offerto uno sguardo più emotivo e umano a chi va in moto».

A che velocità facevate i vostri viaggi?
«Normalmente nei tratti urbani non si superavano mai i 50 all'ora, perché una telecamera ci riprendeva da davanti e oltre una certa velocità, sarebbe stato troppo complesso riprendere il tutto. In alcuni momenti eravamo più liberi, ma sempre nel rispetto dei limiti imposti dalla legge e spinti dal desiderio di essere in assoluta sicurezza, è un bel messaggio per chi guida».

La tua officina Harley di Pavia, che stiamo imparando a conoscere, è un micro mondo fantastico!
«La tv ci ha abituato a vedere un sacco di ambienti lavorativi. Mai qualcuno avrebbe pensato che un'officina di moto potesse essere così divertente! Il fatto è che in una concessionaria come la nostra abbiamo un pubblico che cerca sempre di risolvere problemi particolari. Il cliente vede nella moto un'estensione di se stesso, spesso fa richieste complicatissime che nemmeno lui sa spiegare. Ogni Harley è diversa, non è un veicolo di serie, è totalmente adattabile alle esigenze della persona. Per questo noi lavoriamo come se fossimo in uno studio per tatuatori, a volte sembriamo anche degli psicologi».

Quali sono le moto che hai avuto da giovanissimo a oggi?
«Due Ciao Piaggio, la prima l'ho avuta a 14 anni, poi un Peugeout 105 che fu il mio cavallo di battaglia. A 16 anni arriva un enorme buco temporale fino al 1995, momento in cui comprato la mia prima Harley. Nel 2000 apro la concessionaria e oggi eccomi qua».

Com'è passare da appassionato a venditore?
«Le altre moto diventano veicoli che compri e vendi. È come avere una grande nursery dove se cerchi bene trovi tuo figlio. C'è chi preferisce averla all'ultimo grido, chi la usa come un'auto anche nei climi più improbabili. Ma la regola generale è che a una moto ci si lega così tanto che non si cambierebbe mai».

Per quanto viene usata una tua moto Harley Davidson?
«C'è chi viene a cambiarla dopo 40 mila o 50 mila chilometri anche se potrebbero durare ben oltre i 100 o 200 mila. Chi è davvero legato alla sua moto da noi tende a fare mille trattamenti per tenere sempre la stessa. Difficilmente riesci a darla via o rivenderla».

Qual è il tuo rapporto con le auto invece?
«Da molti anni ormai le auto sono una totale omologazione. Sembrano tutte uguali, tengono a assomigliarsi, non hanno personalità. Se pensiamo a quante auto nuove mantengono le stesse caratteristiche come il pianale e vengono cambiate nella forma. Molte auto che compriamo sono solo delle operazioni di marketing ben riuscite. Le belle auto, mi dispiace dirlo, costano un sacco di soldi e sono inarrivabili. Io ho una ibrida, la Toyota Prius Plug-in con cui faccio la Milano Roma, ma non ne ho alcun aspetto affettivo. È uno strumento, per l'appunto».

Ci sarà una nuova edizione del programma?
«Non c'è nulla di ufficiale, è presto per dirlo, ma in questi tempi un po' difficili, tira una buona aria, sento che ci potrebbe essere una seconda stagione. O quantomeno a me piacerebbe molto farla. Si vedrà».

Qual è il messaggio che vuoi far passare attraverso "Le strade di Max"?
«Volevo spiegare a chi non è motociclista che andare in moto e bello e soprattutto che non è un discorso di velocità. Si viaggia in modo diverso con la moto, si viaggia con l'anima e non con i chilometri orari. I ragazzi di oggi sono meno legati alle due ruote e spero di far capire come nasce e come vive chi ha davvero questa passione».

E per quanto riguarda la musica? Ci sono novità?
«Sto registrando dei pezzi inediti. Potrebbe esserci tra non molto tempo una raccolta, con pezzi nuovi e pezzi vecchi. Ma siamo ancora in cantiere, quindi è davvero presto. In ogni caso, sono sempre al lavoro».

Max Pezzali, l'intervista per "Le strade di Max"

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