• pubblicato il 10-09-2015

Fuoristrada: Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, la recensione

di Stefano Valente

Il capolavoro di Hideo Kojima è tra noi

Le storie travagliate solitamente non portano a nulla di buono, ma per fortuna ci sono le eccezioni che confermano la regola. Prendiamo Metal Gear Solid V: The Phantom Pain per esempio: il rapporto tra il publisher (Konami) e il geniale game designer Hideo Kojima si è incrinato durante le fasi finali dello sviluppo dell'opera ultima sulla saga di Snake, ma il risultato è uno dei giochi dell'anno.  

Il titolo è disponibile da una settimana e noi ci siamo presi tutto il tempo necessario per scavare a fondo in questa opera immensa. Probabilmente avrete già letto altri articoli sull'ultimo lavoro di Kojima, alcuni con pareri non proprio entusiasmanti, ma ora vi spieghiamo in questa recensione perché Metal Gear Solid V: The Phantom Pain è a tutti gli effetti lo sforzo definitivo di una mente geniale.  

Le radici del dolore fantasma 

Come tutti i fan della serie sapranno, la storia di Metal Gear si divide in due filoni, uno ambientato nel passato e uno nel futuro prossimo: nel primo il protagonista è Big Boss , mentre nel secondo è Solid Snake. Questo quinto capitolo è ambientato nell'84 e vede come protagonista Punished "Venom" Snake, ovvero il mitico Big Boss. Ma perché Punished? Il motivo è semplice: dopo aver sventato la minaccia di Volgin e dello Shagohod in Metal Gear Solid 3: Snake Eater e aver salvato nuovamente il mondo da una crisi nucleare in Peace Walker, Big Boss ha messo su un esercito privato che viene raso al suolo (insieme alla sua base) in Metal Gear Solid: Ground Zeroes, un breve capitolo uscito l'anno scorso.  
Durante questo evento Snake perde un braccio e va in coma per nove lunghissimi anni ed è proprio per questo che è soprannominato Punished Snake.  

Ma la perdita del braccio non è altro che un simbolo: Snake ha perso tutto in quell'attacco e il dolore fantasma (ovvero la percezione e il dolore che si provano per un arto che non c'è più) lo perseguita, fomentando il suo dolore e scatenando la sua vendetta, un sentimento così forte che avrà conseguenze assolutamente impreviste. Su questo tema dell'assenza e della vendetta si costruisce tutta la storia di The Phantom Pain della quale però non vi diremo assolutamente nulla perché sarebbe davvero un delitto privarvi del piacere di scoprire tutto con i dovuti ritmi.  

Come al cinema, meglio che al cinema 

Possiamo però dirvi che dopo un prologo assolutamente indimenticabile e dal taglio cinematografico in grado di impartire lezioni di cinema anche ai più blasonati registi del mondo (in cui però si gioca pochissimo, ma non ve ne accorgerete), la storia di The Phantom Pain passa quasi in secondo piano, relegata a qualche video tra una missione e l'altra o raccontata attraverso qualche cassetta da ascoltare con l'iDroid, una sorta di device multimediale dal quale potrete controllare qualsiasi cosa.  

La vendetta di Snake riparte quindi dalla ricostruzione della Mother Base, una piattaforma situata nel bel mezzo del mare delle Seychelles che dovrete espandere acquistando risorse. Da questa base Snake può partire in elicottero per andare in Afghanistan e in Africa (in una zona sul confine tra Congo e Zaire) dove si svolgono le missioni. Questi sono i tre luoghi che quindi vederete più spesso e (quasi) in egual misura: la Mother Base, il CCA (Centro di Comando Aereo, per gli amici l'elicottero) e il campo di battaglia vero e proprio.  

La trama che conta 

Questi tre elementi sono strettamente interconnessi tra di loro poiché durante le missioni potrete recuperare oggetti, progetti, materiali e personale per ampliare e potenziare la Mother Base e l'elicottero. Ma come si recuperano questi materiali e il personale? Semplice, attraverso un buffo sistema di recupero, chiamato Fulton: potrete infatti collegare a container, veicoli, materiali e nemici neutralizzati un pallone aerostatico che porterà in cielo l'obiettivo, facendolo poi recuperare al vostro elicottero. Si tratta di un'esagerazione, tipica delle opere di Kojima che affianca da sempre elementi molto realistici (come il gameplay vero del gioco, su cui torneremo a breve) ad altri tipicamente dotati di quello strano humor giapponese.  

Le missioni sul campo di battaglia, sia in Afghanistan che in Africa, sono commissionate da vari enti (del resto i Diamond Dogs, ovvero l'esercito privato di Snake & co. sono dei mercenari), ma sono spesso collegate a Chiper, l'organizzazione responsabile dell'attacco alla Mother Base in Ground Zeroes. Durante queste operazioni si svela il cuore di The Phantom Pain, fatto di infiltrazioni in basi nemiche per recuperare progetti, prigionieri, alleati o per eliminare minacce di vario tipo. La libertà di approccio è assoluta: non solo potrete decidere se essere silenziosi e letali o delle macchina da guerra alla Rambo, ma avrete a vostra disposizione una serie di fattori di cui tener conto e di cui poter far uso da rendere The Phantom Pain un titolo che ridefinisce il concetto di libertà d'azione. Rivelarvi alcune strategie sarebbe uno spoiler quasi (se non più) grave dello svelare elementi della trama: solo la vostra creatività può decidere come procedere in ogni missione, di giorno o di notte (con le dovute conseguenze in termini di visibilità, sia per voi che per i vostri nemici), senza uccidere nessuno o eliminando tutti, da soli o in compagnia.  

Non sarete mai soli  

Già, perché una delle novità di The Phantom Pain è la possibilità di avere dei compagni in missione: c'è D-Horse (un cavallo, utile per spostarsi), D-Dog (un cagnone esperto nella rilevazione dei nemici sul campo), il D-Walker (un mezzo bipede con il quale sarete un piccolo carro armato su due zampe metalliche) e infine Quiet, la sexy cecchina apparsa in numerosi trailer e che ha un ruolo determinante nella storia di questo Metal Gear Solid.  

Oltre ad un gameplay action di prim'ordine, The Phantom Pain ha un parte strategica altrettanto curata e importante. Migliorare la Mother Base e il suo personale vi permetterà di avere nuove armi, oggetti e mezzi per essere più efficienti in battaglia. Questa componente gestionale nasconde un meta-gioco profondissimo, poiché è tutto strettamente connesso a livelli inimmaginabili. Sviluppare gli oggetti nuovi non cambierà soltanto il vostro equipaggiamento, ma vi aprirà nuove strade nelle missioni opzionali che in alcuni non possono essere affrontate senza l'adeguato arsenale. L'aspetto strategico-gestionale si spinge verso livelli di complessità inauditi: un reparto della vostra Mother Base, ad esempio, può essere mandato in missioni esterne che avranno poi un impatto sulle vostre azioni stealth. Se inizierete ad usare spesso i fucili da cecchino per mettere a tacere per sempre i soldati dalla distanza, questi si adatteranno e inizieranno ad avere sempre più spesso degli elmetti, ma c'è un rimedio: potenziando il suddetto reparto potrete mandare un gruppo di soldati in una missione che fermerà i rifornimenti di questi elmetti, facendovi stare tranquilli per un po'. Questo è solo un esempio di quanto è profondo e intrecciato il gameplay di Metal Gear Solid V, il resto ve lo lasceremo scoprire da soli. Quel che è importante sottolineare qui è quanto sia raro trovare un titolo che arrivi a questi livelli di complessità.  

I lati oscuri di The Phantom Pain  

Qualche ombra però oscura, in piccolissima parte, la magnificenza di The Phantom Pain e se alcuni difetti sono (in un certo senso) autoriali, altri hanno fatto storcere il naso a non pochi fan. Partiamo dai controlli: Snake ha la possibilità di compiere una tale mole di azioni che era ovvio aspettarsi dei controlli molto complessi. Non si tratta di un difetto vero e proprio, sia ben chiaro, ma talvolta è davvero difficile riuscire a fare quel che il nostro cervello ci consiglia.
Un difetto ben più tangile è invece la ripetitività che caratterizza The Phanton Pain: spesso dovrete infiltrarvi, per motivi diversi, nello stesso luogo e l'effetto déjà vu è dietro l'angolo. Bisogna però dire che il gameplay è così profondo che basta cambiare approccio o anche solo le armi che si utilizzano per ottenere un risultato profondamente diverso dall'esperienza precedente.  

Infine molte critiche sulle modalità con cui si sviluppa la storia sono arrivate da più parti. Alcuni dettagli di rilevanza massima non sono infatti rivelati durante i (pochi) video presenti ad inizio e fine gioco, ma sono contenuti in alcune cassette che potrete ascoltare dall'iDroid.  
Si tratta di una scelta sensata e coerente perché nei video voi vedrete solo quello che succede a Snake e alcuni dettagli vengono svelati invece dall'intelligence dei Diamond Dogs e pertanto Snake non vive queste informazioni di prima persona. È una scelta di realismo narrativo molto forte e contraddittoria, che stride quasi con l'assurdità di altri elementi sovrannaturali presenti nel gioco, ma del resto stiamo pur sempre parlando di un'opera di Hideo Kojima, la cui firma si manifesta con questi tocchi di genio e con tanti altri piccoli dettagli assolutamente unici.  

"A Hideo Kojima Game" 

È arrivato quindi il momento di tirare le somme di questa (troppo) lunga recensione e accettare il fatto che come tanti registi del cinema pongono la loro firma con elementi che, nel bene e nel male, riconosciamo come appartenenti alla loro tecnica, così ogni elemento di Metal Gear Solid V: The Phantom Pain è la manifestazione di una personalità tanto istrionica, quanto unica e rara. Ogni singolo secondo del capolavoro prodotto da Konami griderà "A Hideo Kojima game" e questo non può che essere il miglior biglietto da visita per iniziare un'avventura.  

Metal Gear Solid V: The Phantom Pain è disponibile dal 1 settembre per PlayStation 3, PlayStation 4, Xbox 360, Xbox One e PC. 

Fuoristrada: Metal Gear Solid V: The Phantom Pain, la recensione

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