• pubblicato il 07-06-2016

Andrea Dovizioso, l'intervista: "Ho sempre saputo che il mio futuro sarebbe stato in pista"

di Cristina Marinoni

La maturità dei 30 anni, la figlia Sara e la passione per auto e sneakers. Il pilota del team ufficiale Ducati si racconta

"Da bambino mi dividevo tra minimoto, cross e calcio perché me la cavavo bene in tutte e tre le discipline. A 13 anni, però, ho dovuto scegliere quale sport portare avanti. A dire la verità non è stato difficile, avevo già deciso senza rendermene conto: ho sempre saputo che il mio futuro sarebbe stato in pista".

Un Mondiale vinto nella classe 125 nel 2004 e alla nona stagione nella MotoGP, Andrea Dovizioso ha vissuto 26 dei suoi 30 anni in sella, eppure parla delle due ruote con l'entusiasmo di un ragazzino alla prima gara.

"Nonostante sia trascorso un sacco di tempo, la passione non è cambiata. Io, invece, sì. Eccome" spiega il rider romagnolo che ha rinnovato il contratto biennale con la Ducati e nel 2017 avrà per compagno Jorge Lorenzo.

Cambiato come pilota o come uomo?

"L'uno e l'altro.

Come pilota ho migliorato una caratteristica che mi ha sempre contraddistinto: capire velocemente cosa fare su un tracciato nuovo o una moto nuova ed essere subito veloce. Del resto, non avevo alternativa: tra il 2011 e il 2013 sono passato dalla Honda alla Yamaha alla Ducati.

Poi, ho imparato a gestire meglio la pressione nel weekend di gara e i rapporti con le persone. All'interno del box e fuori".

E come uomo?

"Ho una mente più aperta.

Non è stato facile: sono un tipo abbastanza quadrato e chiuso, ma era una salto di qualità indispensabile per affrontare i continui cambiamenti".

A proposito di cambiamenti, cosa ti ha rivoluzionato di più la vita?

"La nascita di mia figlia Sara, che compirà 7 anni a dicembre.

A parte l'amore incondizionato che provo e la felicità che mi regala, è incredibile quante lezioni stia imparando da lei".

L'ultima?

"Quando Sara si arrabbia, le basta poco per tornare a sorridere. Ecco, ho cominciato a imitarla, perché mi sono reso conto che la maggior parte delle volte non è il caso di prendersela.

Se sono più rilassato, meno pignolo e puntiglioso, è merito suo: considerata la mia indole perfezionista e ipercritica, è un risultato straordinario" (ride, ndr).

L'insegnamento che vorresti darle?

"Ci pensavo ieri: purtroppo ho l'impressione che ai ragazzini ormai manchi la scintilla, siano a corto di motivazioni. Mi piacerebbe trasmetterle la mia stessa voglia di realizzare un sogno e che si svegliasse ogni giorno con il desiderio di raggiungerlo.

Non conta se l'obiettivo sia grande o piccolo, importa che ne abbia uno, creda con tutta se stessa in ciò che fa e ci metta l'anima".

Se Sara tra qualche anno ti dicesse che sogna di seguire le tue orme?

"Nessun problema, però l'avvertirei che il percorso per le ragazze è molto complicato: il nostro è un ambiente ancora maschile".

Se si fidanzasse con un pilota?

"Questo sì che mi creerebbe problemi, grossi problemi. Come potrei vietarglielo? Faccio parte della categoria, sarei la contraddizione in persona".

Qual era il tuo sogno da piccolo?

"Correre in circuito: i miei idoli erano Kevin Schwantz perché era spettacolare e Mick Doohan, che vinceva tutto.

Per me erano veri e propri miti nel senso che erano irraggiungibili: a inizio carriera, mai avrei pensato di competere nel Motomondiale. Altra epoca rispetto a oggi".

Cioè?

"Non avevamo tutte le opportunità di cui dispongono ora i giovanissimi e avevamo mentalità e atteggiamento completamente diversi.

Anche se vincevamo, non pensavamo a diventare professionisti: ci interessava tagliare il traguardo e basta, non sapevamo nulla di contratti e sponsor".

Uno sfizio che ti sei tolto con i primi guadagni?

"Un classico di chi non ha mai avuto soldi e poi si ritrova un conto in banca niente male: un'automobile da urlo. Me l'avevano detto tutti che avrei speso un capitale per la macchina, sono stato di una banalità imbarazzante".

Regalo per la vittoria del Mondiale 125, nel 2004?

"No, ho festeggiato il titolo vincendo quella del mio manager, grazie a una scommessa: 'Se divento campione del mondo, mi regali la tua Audi TT' gli avevo detto e lui è stato di parola.

La prima auto che ho acquistato è stata un'Audi R8, a dir poco stupenda. Peccato che al volante mi sentissi a disagio: era così appariscente che attirava l'attenzione generale e io non amo avere gli occhi puntati addosso.

Adesso guido un'Audi bella ma meno vistosa, la A6: è uno dei vantaggi di essere un pilota Ducati".

Non avrai bisogno di acquistare macchine almeno fino al 2018, quando ti scadrà il contratto con la scuderia di Borgo Panigale: nel frattempo come spendi?

"Compro scarpe da ginnastica. Non le colleziono ma ne possiedo parecchie: alte da basket, basse, bianche immacolate o colorate. Per le scarpe, non solo sneakers, un debole: secondo me rivelano sempre qualcosa di chi le porta".

Facci un esempio.

"Giusto per divertirci, ok? Sono mie impressioni che non contano nulla, non prendetemi sul serio.

Spiego una mia teoria, con un certo imbarazzo: se una persona appoggia la suola sopra l'altra scarpa, mi dà l'idea di essere un po' trasandata, disordinata.

Invece non credo che un modello rispecchi la personalità: una donna che indossa un tacco 12 rosso fiammante non è per forza sicura di sé. Io capisco di più che tipo è da come cammina, dai movimenti. E di solito ci azzecco".

(Foto: Ducati Corse)

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