Casey Stoner
  • pubblicato il 07-10-2016

Casey Stoner, l'intervista: "A mia figlia insegno il rispetto, che nel paddock scarseggia"

di Cristina Marinoni

Il cambio di vita, l'Italia, i piloti (Valentino Rossi incluso): l'ex campione australiano della MotoGP, ora collaudatore Ducati, si racconta

"Cosa mi manca del paddock? Le persone con cui ho condiviso 15 anni di vita: sono cresciuto con loro, in pratica eravamo una famiglia. Delle corse, invece, non sento per niente nostalgia. La domenica vedo i piloti sulla griglia di partenza e mi tornano in mente la pressione e lo stress che accumulavo nei weekend di gara: no, grazie, ne faccio volentieri a meno".

Schietto e diretto, Casey Stoner non è cambiato di una virgola, da quando ha lasciato la MotoGP nel 2012.

Forse perché non ha abbandonato del tutto l'ambiente: a 31 anni (li compirà il 16 ottobre), il due volte campione del mondo della classe regina (nel 2007 con Ducati e nel 2011 con Honda) è il collaudatore (e testimonial) di lusso della "Rossa" di Borgo Panigale.

Sei tornato a vivere in Australia ma, nonostante la distanza, l'Italia sembra sia la tua seconda casa.

"Sì, è vero: ho un legame molto stretto con il vostro Paese. In sella ho sempre indossato marchi italiani, da capo a piedi: l'inseparabile casco Nolan con cui ho celebrato piste e vittorie, la 'divisa' Alpinestars e, prima ancora, Spidi.

Per non parlare di Ducati: dopo la meravigliosa esperienza come pilota ufficiale, che mi ha regalato il mio primo titolo, quasi un anno fa sono tornato a collaborare con la factory bolognese. La decisione migliore che potessi prendere: è un onore essere stato scelto come uomo di fiducia e punto di riferimento. Gigi Dall'Igna (direttore sportivo Ducati Corse, ndr) e tutti gli addetti ai lavori mi hanno riservato un'accoglienza che non dimenticherò".

Oggi l'atmosfera com'è?

"Identica. Lavoriamo durissimo perché nel 2017 puntiamo a grandi risultati. Continuiamo per la nostra strada senza fretta, convinti che, motivati al massimo, ridurremo il divario con gli avversari. Io metto a disposizione ciò che ho imparato in pista, Andrea Dovizioso e Andrea Iannone sono fonti preziose di informazioni e, insieme a ingegneri e imeccanici, trasmettono competenze straordinarie e una passione esagerata. È proprio l'entusiasmo che mettete in ogni cosa a rendere voi italiani unici, speciali".

Il tuo bilancio sulle prestazioni della Desmosedici a poche tappe dalla fine del Mondiale?

"Mi aspettavo qualche podio in più, ce lo saremmo meritato. Peccato che la sfortuna si sia accanita su 'Dovi': non per colpa sua, ha perso più di un'occasione per arrivare tra i primi tre e piazzarsi in una posizione più alta nella classifica generale.

Però, in agosto al Red Bull Ring, Iannone ha conquistato la vittoria che inseguivamo dall'inizio del campionato: in Austria ci siamo tolti un peso".

Valentino Rossi a 37 anni dà ancora del filo da torcere ai rivali più giovani: ti stupisce?

"No, Valentino va fortissimo perché non si risparmia e la pista ripaga i suoi sforzi. A vantaggio anche del Mondiale: senza lui, le gare sarebbero di sicuro meno interessanti. La sua presenza incolla il pubblico alla tv e riempiono i circuiti, si sa.

Se il fisico resta in buone condizioni, credo farebbe bene a continuare: secondo me l'età non è un limite e avere 20 anni non dà vantaggi particolari, anzi. Mick Doohan è la dimostrazione, ha raggiunto il top della forma a 30 anni suonati".

Anche il tuo amico Chaz Davies, sulla Panigale 1199R del team Aruba.it Racing Ducati, sta disputando una stagione da incorniciare in WorldSBK. Ti capita mai di dargli qualche consiglio?

"Di rado perché sono convinto che i pareri non siano così utili. Ciascun pilota ha il proprio stile e sensazioni diverse; un assetto funziona per me ma magari non per lui. L'unico modo in cui posso aiutare Chaz, mio compagno di avventura all'epoca del campionato britannico 125, è fornirgli i dati raccolti durante i test. L'ho sentito di recente, però, per complimentarmi: ha fatto passi da gigante negli ultimi mesi e ha grandi margini di miglioramento".

Tra circa un mese, a Valencia, Jorge Lorenzo proverà la Ducati che guiderà nei prossimi due anni: sei pronto a dargli una mano?

 "Certo, sarà una bella sfida, per lui e per noi. Ci stiamo focalizzando sul bilanciamento della Desmosedici, per renderla più facile da maneggiare e, insieme a Jorge, ci impegneremo a trovare il setting adatto a lui. So cosa vuole Jorge da una moto ma, finché non sarà in squadra, non ha senso parlarne, sarebbero solo speculazioni. Come so che l'unico modo per essere più veloci è lavorare sull'anteriore: gli pneumatici Michelin si sono evoluti molto e i freni sono il punto cruciale da sviluppare".

Quanto ti è cambiata la vita, rispetto agli anni in cui gareggiavi?

"Direi che l'ho rivoluzionata. Quando correvo, tutto ruotava intorno ai Gran Premi: l'obiettivo era essere super competitivo, dovevo allenarmi come un matto perché il fisico fosse perfetto e restare focalizzato sul lavoro quasi 24 ore su 24.

Adesso, finalmente, riesco a dedicarmi alle piccole cose che mi paicciono: andare in bici, girare tranquillo in moto, pescare, cenare con la famiglia. Tornare a ritmi meno intensi mi ha riportato con i piedi per terra e apprezzo la quotidianità come non mi era mai accaduto".

Sul tuo account Twitter ti definisci "ex campione del mondo di MotoGP, pescatore appassionato e padre orgoglioso": cosa ti rende più fiero di tua figlia?

"Il suo senso di responsabilità. Ally (Alessandra, ndr), per come si comporta, sembra più grande: non ha nemmeno 5 anni, eppure riflette prima di parlare e difficilmente fa capricci o dispetti. Chissà che non sia merito mio e di mia moglie Adriana: le abbiamo insegnato a essere educata sin da quando era piccolissima. Io, poi, le ripeto all'infinito di essere rispettosa.

A volte mi rendo conto di esagerare ma è più forte di me: il rispetto è la mia prima regola e, anche in MotoGP, ho sempre cercato di metterla in pratica. Non è stato facile, ammetto: di rispetto nel paddock non ce n'è abbastanza".

(Foto: Ufficio stampa Ducati)

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