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  • pubblicato il 02-11-2016

Intervista a Jonathan Rea: "Con due Mondiali vinti ho centrato il mio obiettivo. A 35 anni cambio vita e mi dedico alla famiglia"

di Cristina Marinoni

Fresco campione del mondo Superbike per la seconda volta (di fila), il 29enne pilota nordirlandese della Kawasaki parla di futuro e figli

"La scorsa stagione mi sentivo addosso una pressione esagerata: la Kawasaki era la moto migliore e il mio debutto sulla ZX-10R era molto atteso.

Quest'anno è stato ancora più complicato: con il numero 1 sul cupolino, avrei dovuto riconfermare il mio valore. Non solo: la moto non mi calzava a pennello, ho avuto grossi problemi a causa dell'usura degli pneumatici e ho faticato tanto a trovare l'assetto giusto".

L'analisi è di Jonathan Rea, fresco campione del mondo della WorldSBK.

Era dall'epoca di Carl Fogarty (1998-1999) che un britannico non si aggiudicava due titoli consecutivi tra le derivate (Johnny, però, un primato nel Regno Unito lo detiene: è l'unico pilota ad aver conquistato la 8 Ore di Suzuka, nel 2012 sulla Honda) e il 29enne rider nordirlandese sorride dell'impresa senza montarsi la testa.

Perché poi aggiunge: "Sono orgoglioso di questo secondo Mondiale, ma un campionato è semplicemente il risultato della somma delle singole vittorie e niente mi entusiasma di più di vincere una gara. Quando vedo sventolare la bandiera davanti a tutti, l'adrenalina sale a mille e provo una felicità indescrivibile".

A Losail non non hai superato per primo la linea del traguardo ma ti sei laureato campione del mondo. Hai festeggiato?

Sì, ho brindato con il team e la famiglia in attesa del party speciale che organizzeremo presto, anche per recuperare quello dell'anno scorso. Il 28 ottobre 2015 è nato il mio secondo figlio Tyler e, tra visite mediche di ogni genere prima e dopo il parto, io e mia moglie Tatia non avevamo molto tempo - e nemmeno molte energie - per fare baldoria.

L'anno prossimo compirai 30 anni: ti vedremo in pista fino ai 40 come Max Biaggi oppure hai in mente altri progetti?

Al mio futuro penso dalla scorsa stagione: ho scoperto che conquistare un Mondiale cambia le prospettive. Di sicuro, quando non mi divertirò più e sarò troppo lento per essere competitivo, smetterò. Quando? Immagino intorno ai 35 anni.

Per ora so che ho firmato con Kawasaki fino al 2018 e darò l'anima per mettere in bacheca altri titoli, poi deciderò, dipenderà anche dalle opportunità. Se potrò mettermi alla prova con una sfida bella tosta, magari su una moto nuova, non mi lascerò scappare l'occasione.

Se ti arrivasse un'offerta dalla MotoGP?

La classe regina non mi interessa particolarmente, sono sincero. Mi mancano le motivazioni: l'unica proposta che valuterei, anche dal punto di vista economico, sarebbe quella di un team factory, ma escludo l'opzione a priori. E comunque dubito che riuscirei a ottenere grandi risultati: ora sono al massimo delle mie potenzialità, non so se tra qualche anno le mie prestazioni resteranno a un livello così alto.

Poi c'è un'altra ragione per cui non me la sento di andarmene dalla WorldSBK.

Sarebbe?

Qui ho trovato l'ambiente ideale per il mio stile di vita. Nella MotoGP lo stress pesante - l'ho sperimentato quando ho sostituito Casey Stoner nel 2012 in due gare - sarebbe deleterio sia per me sia per la mia famiglia, che mi segue ovunque.

A rendere unico questo campionato sono anche i tifosi straordinari. Nel paddock ne incontro a centinaia, tutti dimostrano una passione incredibile per le moto e con noi i piloti sono davvero calorosi. Tra le derivate, insomma, mi godo il meglio del mio sport.

Hai detto che hai sempre moglie e figli al seguito: la loro presenza non ti deconcentra, nei weekend di gara?

Al contrario: focalizzarsi sull'obiettivo non significa passare giorno e notte con la griglia di partenza che frulla in testa. Il cervello ha bisogno di staccare la spina, altrimenti va in corto circuito, e avere loro accanto mi aiuta proprio a non pensare a setup, tempi e gomme da scegliere, oltre a tenermi in equilibrio e con i piedi per terra.

Hai due figli piccoli: che genitore sei?

Più presente possibile, nei limiti che il lavoro mi impone: la routine di allenamenti, fisioterapie e trasferte continue mi impedisce di stare con loro come vorrei. Appena riesco, cerco di sollevare Tatia dalle incombenze e darle qualche ora d'aria. Dopo secoli, l'altra sera è uscita con le amiche e mi sono occupato io di Jake e Tyler, con molto piacere e poca fatica: sono due bambini bravi, giocano tra loro e piangono di rado, però richiedono impegno totale e sembrano undici, invece di due!

Mi piacerebbe molto stare di più a casa: un anno di vita di un pilota corrisponde a dieci "normali", per quanto viviamo intensamente giorno dopo giorno. Il Mondiale si ferma per una lunga pausa ad agosto, ma a novembre, finita la stagione, ci aspettano subito i test e a gennaio ricomincia il tour de force fino all'inizio del campionato.

Anche per questo hai intenzione di non aspettare troppo a ritirarti?

Sì, i piccoletti crescono alla velocità della luce e non voglio perdermi questi momenti preziosi insieme a mia moglie. Un pilota, come qualsiasi atleta, è per forza egoista: ogni pensiero o azione ruota intorno a se stesso. Eppure, sembra un paradosso, non trova un minuto da dedicarsi e una vacanza decente è un miraggio.

Io non vedo l'ora di svegliarmi senza l'immancabile tabella di marcia da svolgere e dire: "Oggi me la prendo con calma. Vado al parco con i bambini e magari ci scappa anche il cinema".

Quanto ti è cambiata la vita, da quando sei papà?

Con Jake, che ha 3 anni, pochissimo: non ha mai avuto problemi di salute, ha sempre dormito e mangiato qualsiasi pappa gli preparassimo. Tyler, invece, ha portato la rivoluzione. Nei primi 3 mesi soffriva di reflusso, non chiudeva occhio e io e Tatia ci guardavamo disperati. Ora, per fortuna, sta bene e tutto fila liscio.

Chi dei due ti somiglia di più?

Tyler: quando lo porto sullo scooter, mette subito la mano sull'acceleratore e, se mi fermo, piange. In pista sarebbe un tipo aggressivo come me e arrabbiato come Haga (ride, ndr).

Jake è l'opposto e nell'atteggiamento mi ricorda Valentino Rossi o Jorge Lorenzo: riflessivo, metodico, analitico. "Questo scooter nuovo è troppo pericoloso per me" mi ha detto un giorno e non è più salito.

In compenso, credo sia dotato di un certo talento sulle due ruote: va in bicicletta da quando aveva meno di 1 anno, è bravissimo e si muove solo su quella, con lui non abbiamo mai usato la carrozzina. Ha provato anche la bici senza pedali e, sulla moto elettrica, ha capito subito come aprire il gas e frenare.

Pensavo che si potesse insegnare a un pilota a correre forte, ma Jake mi sta facendo cambiare idea: mi sa tanto che sia semplicemente una dote naturale.

In pista vedremo un tuo erede, allora.

Magari due, chissà. Se saranno convinti di provarci, metterò a disposizione la mia esperienza e li sosterrò con entusiasmo.

Come potrei non farlo? Il mio lavoro è la mia passione, mi diverto come un pazzo, in circuito ho trovato tanti amici, guadagno bene: quella del pilota è una vita favolosa.

(Foto: WorldSBK.com)

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