Jordi Torres
  • pubblicato il 16-09-2016

Intervista a Jordi Torres: "Nemici in pista, amici nel paddock, tra le derivate ho ritrovato la sana competizione"

di Cristina Marinoni

Il pilota dell'Althea BMW Racing Team parla delle differenze tra WorldSBK e Motomondiale e di una recente visita che lo ha "traumatizzato"

Sorriso splendente (anche grazie all'apparecchio per i denti, messo da poco) e occhi vispi, Jordi Torres dice subito - in un italiano impeccabile - che ha una "gran voglia di lottare per la vittoria". Nella stagione in corso, al debutto con l'Althea BMW Racing Team, il rider catalano si è piazzato quasi sempre nella top ten e si è avvicinato due volte al podio (quarto a Imola e Sepang).

"Mancano ancora quattro tappe alla fine del Mondiale e non ho perso la speranza di arrivare almeno tra i primi tre, se non davanti a tutti" racconta il doppio campione della Moto2 spagnola, classe 1987. "WorldSBK rookie of the year 2015" sull'Aprilia, il pilota guiderà la BMW S1000 RR anche l'anno prossimo e precisa: "La moto migliora di gara in gara. Sono sicuro che entrambi faremo grandissimi progressi e diventeremo competitivi".

Aprilia e BMW sono moto molto diverse: è stato dificile il passaggio di scuderia?

"Molto. La RSV4 RF è leggera, agile, ed è nata per correre sul tracciato prima che sulla strada. La S1000 RR è l'opposto: imponente e meno docile, da stradale è stata adattata al circuito. In più ha il motore 4 cilindri in linea, al quale non ero abituato: ho dovuto modificare parecchio il mio stile di guida. Però il motore è davvero spettacolare, ha una potenza incredibile: dobbiamo lavorare duro per sfruttarlo al massimo".

Hai vissuto cinque stagioni nel paddock del Motomondiale, quando gareggiavi nella Moto2: corri nella WorldSBK con l'obiettivo di conquistare un posto nella MotoGP?

"No. Ammetto che a convincermi a passare alle derivate di serie era stato il mio manager: credeva che fosse un'esperienza formativa per me, ma io non ne ero certo. Mi sbagliavo: qui sto imparando un sacco, mi trovo davvero bene e sfrutto le competenze che ho accumulato nella Moto2. Il futuro? La classe regina resta il sogno di ogni pilota ma per adesso non ci penso; penso solo a dare il massimo in pista".

Una caratteristica della WorldSBK che ti piace in particolare?

"L'ambiente sereno, umano. Apprezzo tutti i piloti, sia come professionisti sia come persone, e in pochi mesi ho stretto amicizia con diversi tra loro. Nel Motomondiale andare oltre la conoscenza è un'impresa: i rider sono più egoisti e badano poco agli avversari, nel senso che ciascuno tira dritto per la propria strada, non importa se danneggia un altro. Conta arrivare davanti e basta, diventare il numero uno".

Tra i box delle derivate di serie, invece?

"Dal primo all'ultimo rider, condividiamo il medesimo proposito: rendere più interessante e coinvolgente il campionato, oltre che divertirci e far divertire questi tifosi,  i più appassionati che abbia mai visto. Non sgomitiamo e non ci facciamo sgambetti, anche perché non c'è nessuno più importante e i soldi non contano come nella classe regina. Nella WorldSBK siamo tutti allo stesso livello e uniamo le forze: siamo rivali solamente quando abbassiamo la visiera e viviamo una sana competizione. Ci interessa dare il meglio sul circuito e, per farlo, ci impegniamo al 100 per cento".

Il pilota al quale sei più legato?

"Nico Terol: non corriamo nella stessa categoria, lui è un pilota del Mondiale Supersport, ma ci troviamo nel paddock. Nico è stato per due anni mio compagno di squadra nella Moto2 (2013 e 2014, ndr) e, da allora, non ci siamo persi di vista. In più è spagnolo: l'italiano è praticamente la lingua ufficiale del campionato così, appena intercetto qualcuno che parla la mia lingua, non lo lascio più andare via!"

L'anno prossimo compirai 30 anni, hai già immaginato cosa farai quando appenderai il casco al chiodo?

"Non ancora. Confido nei tanti amici e nelle tantissime conoscenze che ho: mi auguro che almeno qualcuno mi aiuti a trovare un mestiere (ride, ndr). Oppure potrei creare un team mio o lavorere in Tv, chissà, la parlantina non mi manca e nemmeno la battuta veloce".

A che età hai cominciato a montare in sella?

"Avevo circa 5 anni: mio papà, ex pilota di rally, aveva ideato un campionato di minimoto e io volevo provare assolutamente a guidare. Un gorno mi ha spiegato come accelerare e frenare e... sono caduto alla prima curva. Il problema era che avevo zero confidenza con le due ruote: non avevo ancora imparato ad andare in bicicletta".

La routine del pilota segue un programma preciso di allenamento: non ti annoi mai?

"Per fortuna andare in palestra, correre e pedalare mi diverte, anche se preferisco un altro genere di allenamento, che purtroppo è limitato ai weekend liberi: enduro, dirt track, supermoto. Evito il motocross perché non sono capace di saltare e nemmeno di controllare la moto 'in volo'. Insomma, credo che sia troppo pericoloso per me, meglio evitare infortuni".

Come trascorri il tempo libero?

"Sto con la mia fidanzata, che trascuro un po' anche perché lei raramente mi segue in giro per il mondo. Fa la parrucchiera e, quando ci siamo conosciuti, non sapeva nulla di moto, figurati di me. Poi amo giocare con i videogiochi, organizzare gare di macchine radiocomandate e pescare. Rigorosamente con gli amici, di notte: stare tranquilli a bordo acqua e chiacchierare mi rilassa tantissimo".

Il tuo soprannome è "Elvis spagnolo": hai messo l'apparecchio per sfoggiare una dentatura perfetta come Presley?

"La decisione è arrivata dopo la mia prima visita dal dentista, a inizio anno. Non c'ero mai stato in vita mia e non è stata un'esperienza piacevole: avevo un molare cariato e ho dovuto toglierlo subito. Un trauma, in pratica: non me l'aspettavo proprio uscire dall'ambulatorio con un dente in meno. Non tutti i mali vengono per nuocere, però: prima di procedere con l'impianto fisso, il dentista mi ha proposto di mettere in ordine i denti. Quando saranno perfetti, spero di non vederlo più per almeno altri 29 anni".

(Foto: Dario Aio)

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