Leon Camier
  • pubblicato il 11-07-2016

Leon Camier, l'intervista: "La mia dote principale? Un cervello che va a mille"

di Cristina Marinoni

Il rider inglese, che gareggia nella WorldSBK per la scuderia MV Agusta Reparto Corse, racconta come ha superato la difficoltà di avere una taglia fuori misura

Se hai un fisico da modello, le probabilità che tu possa diventare un pilota professionista sono scarsissime.

Basta dare un'occhiata a una qualsiasi partenza: che si tratti di una gara di MotoGP, WorldSBK o qualsiasi altro campionato, i rider che superano i 170 cm di altezza si contano sulle dita di una mano.

Una delle rare eccezioni che confermano la regola? Leon Camier: 188 cm per 79 kg, inglese, 30 anni il 4 agosto, dopo aver vinto tre titoli britannici (Classe 125 nel 2001, Supersport nel 2005 e Superbike nel 2009), dal 2015 corre nel Mondiale Superbike per il team MV Agusta Reparto Corse.

L'intervista: "tanti mi dicevano che non sarei mai andato forte"

"La tua taglia non va bene per le moto, cambia sport": te l'ha mai detto qualcuno?

"Magari non in quei termini, ma sì. Quando ero ragazzino, diversi addetti ai lavori mi ripetevano che ero fuori misura per montare in sella. Secondo loro, tra altezza e peso, non sarei mai andato forte".

Invece hai dimostrato il contrario.

"Ho dovuto lavorare sodo, però. Perché è vero che una corporatura come la mia in pista crea parecchie dfficoltà. Essere quasi 1 metro e 90 cm e portarmi dietro poco meno di 80 kg - nonostante siano tutti muscoli, non ho un filo di grasso - inevitabilmente rallentano la moto e rendono complicato trovare un buon assetto di guida.

Eppure questo svantaggio 'di natura' ha avuto un effetto positivo: mi spinto a far girare al massimo le rotelle del cervello e cercare un metodo per essere competitivo".

Qual è stata la soluzione?

"Imparare a regolare nei minimi dettagli il setting e lo chassis in particolare, in modo che si adattaino perfettamente a me. Non solo: sono riuscito a sfruttare il mio fisico massiccio, un'impresa non da poco! Come? È tutta questione di bilanciamento: mentre pieghi o stacchi, bisogna calibrare il peso e i miei chili mi aiutano a fare leva quando serve.

Ecco perché durante la gara presto attenzione a ogni movimento: per me la coscia aperta millimetro più fa una differenza enorme, può sbilanciarmi fino a rischiare di cadere".

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"Vero, ma anche i continui cambi di scuderia mi hanno rinforzato mentalmente".

Il contratto con la squadra italiana sta per scadere: l'anno prossimo per quale team correrai?

"Non ne ho idea. Mi piacerebbe stare qui e ho già avuto rassicurazioni sul futuro. Però, finché non firmo, mi ritengo libero di valutare altre proposte: ne ho ricevute diverse interessanti".

Come ti trovi a lavorare con gli italiani?

"Molto bene. Formiamo un gruppo eccezionale: la vostra creatività si sposa con il mio rigore britannico.

A volte mi stupisco delle vostre doti straordinarie di improvvisatori: noi inglesi siamo super organizzati e pignoli, ma spesso voi ottenete risultati migliori senza programmi precisi. Sono arrivato alla conclusione che il vostro stile più tranquillo è quello giusto e ormai sono diventato un po' italiano, da questo punto di vista".

Ai fornelli te la cavi?

"Sì, cucino di tutto, pasta compresa. La scolo rigorosamente al dente, tengo a precisarlo".

Con la nostra lingua come va?

"Potrebbe andare meglio. Il problema è che abito ad Andorra: sto imaprando lo spagnolo e lo mischio con l'italiano. Capisco ma fatico a parlare, insomma".

Cosa fai nel tempo libero?

"Vado matto per il cross, per la bici e, da quando abito ad Andorra, per il surf: è il posto ideale per scivolare sulle onde".

Non ti rilassi mai?

"Certo: in contemporanea con il surf ho iniziato a praticare lo yoga e non posso più farne a meno".

Perché?

"Sono un tipo abbastanza agitato e la disciplina è un toccasana. In sella mi serve tantissimo, per due motivi. Il primo è che lo yoga aumenta la flessibilità, fondamentale per me che trascorro le giornate rannicchiato sul serbatoio".

Il secondo?

"Mi ha insegnato un sacco di tecniche di concetrazione. Invece di perdermi in sciocchezze, mi focalizzo sull'obiettivo e sento meno pressione. Sono sempre più consapevole dei miei mezzi, conosco meglio i miei limiti e ne tengo conto appena esco dal box: un pilota non può permettersi di distrarsi nemmeno un secondo".

(Foto: Dario Aio)

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