Superbike

Intervista a Xavi Forés: “Io e la mia Panigale R ci somigliamo”

Parla di carattere, il pilota spagnolo del Barni Racing Team, che si racconta tra paure (nessuna) e tatuaggi (uno)...

di Cristina Marinoni -

Un anno fa le immagini della sua Ducati che prendeva fuoco sul circuito di Aragón avevano fatto il giro del mondo.

“Non sapevo come comportarmi, non mi era mai successo niente del genere” racconta Xavi Forés, classe 1985, che era in sella alla rossa… fiammante.

Poi spiega cos’era accaduto: “Da un tubo di scarico rotto erano usciti gas a 700 gradi di temperatura che hanno incendiato la pompa di benzina”.

Alla seconda stagione nel team bergamasco Barni Racing, il pilota spagnolo conosce benissimo la Panigale: la guida dal 2013, quando vinse il titolo europeo della Superstock 1000.

Di’ la verità, ad Aragón hai avuto paura?

“No. Però, per la prima volta in pista, non avevo idea di cosa fare. A parte lasciare la moto appena possibile ed evitare problemi agli altri piloti. Sono stato fortunato, mi sarebbe potuta andare peggio, invece me la sono cavata con qualche bruciatura al collo e al braccio destro”.

In moto non temi niente. Per il resto, c’è qualcosa che ti spaventa?

“No, sono pronto a tutto, perché credo nella fatalità: se succede, significa che non c’era scelta, doveva succedere”.

Sei pronto a tutto: per esempio?

“Mi lancerei con il paracadute: non sarebbe un test facile, ma non mi tirerei indietro. Mettermi alla prova mi fa sentire vivo”.

Essere l’unico pilota di un team, invece, è difficile?

“Io non ho problemi, anzi: mi trovo proprio bene. Tutto il materiale è tagliato su misura per me, il team si dedica soltanto alla mia moto e io riesco a verificare ogni dettaglio. In più, corro per una squadra privata, dove la pressione è minore e l’ambiente è più rilassato”.

Qual è il tuo obiettivo della stagione?

“Avvicinarmi sempre più ai piloti ufficiali. Non mi sento lontano dai rider del team Aruba.it Racing Ducati, in particolare da Marco Melandri e, da adesso in poi, punto a non scendere oltre il quinto posto. So già qual è il primo passo per lottare con i migliori”.

Cioè?

“Migliorare nel giro secco per partire davanti; per il resto, non mi lamento troppo. Rispetto all’anno scorso i progressi si vedono, siamo costanti e abbiamo trovato un buon setup. Certo, fino a quando non vinceremo una gara, non saremo soddisfatti. Per questo lavoriamo duro”.

Della Panigale R sei contento?

“Sì, il feeling aumenta di tappa in tappa, è  una moto che mi è piaciuta tantissimo da subito. Ci siamo capiti al volo, forse perché ci somigliamo: siamo entrambi tranquilli, docili, ma non ci manca il carattere. Se ci arrabbiamo, diventiamo delle belve. Fortuna che io ho molto self control: aspetto di essere solo per sfogarmi, preferisco così, non mi va di coinvolgere altre persone e metterle di cattivo umore senza motivo”.

L’ultima volta che hai perso le staffe?

“Di recente, ad Assen, per forza: nelle prove stavo girando a un buon ritmo e nelle FP2 si è rotto il motore. Con i ragazzi della squadra, però, sono rimasto tranquillo come sempre: il box deve rimanere un ambiente sereno, in cui si lavora in armonia”.

Hai 31 anni: tra 10 ti vedi ancora nel paddock?

“Sì, il mio sogno sarebbe dedicarmi a qualche ragazzo che vuole diventare pilota o fare parte di una struttura già esistente: per creare un team mio servirebbero troppi soldi”.

Da ragazzino chi era il tuo idolo?

“Kevin Schwantz: staccava fortissimo ed era competitivo anche se non aveva a disposizione la moto migliore. Un esempio da seguire”.

Quattro anni fa ti sei laureato campione europeo della Superstock 1000: hai festeggiato la vittoria in qualche modo particolare?

“Sì, era un momento troppo importante per non celebrarlo. Come? Con un tatuaggio che copre tutto il braccio destro: è una croce, un simbolo che mi dà coraggio e porta fortuna. Non sono praticante, ma credo. E faccio sempre il segno della croce tre volte prima di ogni gara”.