MotoGP

Kevin Schwantz, intervista al cowboy di Suzuki diventato leggenda del MotoGP

Tra i campioni più amati della storia, il "Texas cowboy" della Suzuki, ora global ambassador del marchio, parla della MotoGp, dei suoi protagonisti e apre il cassetto della memoria

di Cristina Marinoni -
Kevin Schwantz
Credits: Stefano Biondini

Kevin Schwantz, americano, classe 1964, ha conquistato soltanto un Mondiale (categoria 500, nel 1993), eppure è una leggenda del motociclismo. Perché nessuno dava spettacolo come lui in gara. Dall’inizio alla fine.

In sella alla sua Suzuki con il 34 sul cupolino (al suo addio il numero è stato ritirato dalla classe regina) non si arrendeva mai, a costo di finire a terra oltre le balle di fieno e rompersi ossa a raffica (sette dita dei piedi in un colpo solo ad Assen, nel 1988, per esempio), e le sue battaglie con Mick Doohan e Wayne Rainey sono entrate nella storia.

Come i suoi arrivi, quando tagliava per primo il traguardo. “Dopo aver vinto, Kenny Roberts salutava la folla con la mano: troppo poco, per dimostrare la gioia di quel momento. Io facevo festa così: mi alzavo in piedi sulle pedane e lanciavo stivali e guanti ai fan” ci ha raccontato il ‘kamikaze’ (soprannome che rende l’idea della sua spericolatezza) al Suzuki Day.

Da spettatore d’eccezione, secondo te i Gran Premi sono più divertenti in confronto alla tua epoca?

“No, senza dubbio. Quando correvo io, le gare lasciavano il pubblico sempre con il fiato sospeso: chi si piazzava davanti in griglia, a metà dei giri si ritrovava decimo, però aveva l’opportunità di tornare a lottare per il podio alle ultime curve”.

Adesso, invece?

“La posizione resta più o meno la stessa. I rider salgono o scendono di tre o quattro posti al massimo. Anche perché quelli in grado di superare avversari su avversari sono un’eccezione ” .

Marc Márquez in questo non ha rivali: come lo descriveresti con una parola?

“Aggressivo”.

Il suo rivale principale, Andrea Dovizioso?

“Calcolatore”.

Valentino Rossi?

“Controllato”.

A proposito del campione del mondo in carica: tu che spingevi sempre al limite, sei d’accordo sulle penalità che gli hanno inflitto nel Gp d’Argentina?

“Sì, perché la classe regina non ha bisogno di diventare uno sport di contatto; la lotta è diventata troppo dura per i miei gusti. Le gomitate ci stanno, duellare fianco a fianco va benissimo, ma senza esagerare” .

Sei testimonial Suzuki: ti capita di dare consigli ad Andrea Iannone e Alex Rins, piloti della scuderia?

“Sì: a loro, come a tutti, ripeto di dare il 100 per cento in ogni giro: se non lo fanno, concedono millesimi preziosissimi agli avversari e in un attimo se li trovano incollati al codino. Le critiche che avevo rivolto ad Andrea (Iannone, ndr) l’anno scorso riguardavano questa considerazione. Per migliorare è indispensabile lavorare sodo, non mi riferisco solo al weekend di gara, e tentare qualsiasi strada pur di fare progressi. Il talento non basta”

Ti sarebbe piaciuto misurarti con i campioni attuali?

“Avrei provato volentieri, perché il livello è altissimo e le differenze tra i prototipi sono davvero minime: chi sta in testa e chi cerca di salire in classifica sono separati da una manciata di decimi e se ti capita la giornata storta, rischi di portare a casa punti risicati. E avrei sfidato ‘Vale’: se le nostre carriere fossero coincise, avremmo fatto scintille” .

Hai trovato un erede?

“ll pilota più simile a me è proprio Valentino. Stessa altezza e stessa vecchia scuola: nemmeno lui striscia gomito e ginocchio sull’asfalto. Rossi è davvero un fenomeno: in ogni categoria ha ottenuto risultati straordinari. Tanto di cappello”.

È vero che le moto di oggi sono più facili da guidare?

“Più che facili, direi che perdonano di più gli errori. Merito dell’elettronica: il traction control spesso salva la prestazione ed evita ai piloti degli high-side paurosi. Dall’altro lato, però, i prototipi sono più potenti, pesanti e quindi più difficili da manovrare: adesso servono muscoli che io mi sognavo. Poi il campionato si è allungato parecchio e, di conseguenza, è più impegnativo a livello mentale e fisico”.

Vai ancora in moto?

“Sì, su tracciati come quella del Mugello, quando non c’è pressione e lontano dalla competizione. Per divertirmi, insomma”.

Su strada?

“Anche. Guido una dual sport, la Suzuki V-Strom 650, e mi godo il viaggio: non cerco mai di andare forte ed evito ‘numeri’ stupidi tipo toccare terra con il ginocchio”.

Ti sei ritirato dal Mondiale giovane, a 31 anni.

“Quasi 31: mancavano 10 giorni”.

Credi che un pilota dovrebbe lasciare quando è massimo della forma o quando gli passa l’entusiasmo?

“Mi ero prefissato di continuare finché la vita nel paddock mi appassionasse. Nel 1995, nonostante le tre fratture alla mano sinistra e le altre settanta o più sparse in tutto il corpo, mi sono iscritto al campionato, ma dopo tre Gran Premi ho capito che non me la sentivo di proseguire. Proprio perché mi mancavano gli stimoli. Avrei potuto continuare qualche anno ancora e guadagnare un pacco di soldi; ho preferito ascoltare il cuore”.

Hai dato l’annuncio al Mugello per un motivo in particolare?

“Era il momento giusto, semplicemente. Avevo saltato il Gp di Jerez, mi ero preso un paio di mesi per schiarirmi le ide e ho maturato la decisione di appendere il casco al chiodo prima della tappa italiana”.

Un ricordo legato al circuito?

“Il mio preferito riguarda il 1992. Per due ragioni: lì ho vinto l’unica gara della stagione e quell’anno sono stato il primo a battere Mick Doohan, che aveva conquistato tutte i quattro Gp precedenti. Al Mugello ho fatto anche una delle cose più stupide della mia vita. Indimenticabile, ma da cancellare ”.

Sarebbe?

“Incendiare i cestini della spazzatura. Con la Polizia nei paraggi: è mancato poco che finissi in prigione!”.

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